Il risultato è inferiore alle potenzialità degli allievi.

 

Secondo caso: L’Istruttore e gli allievi non si intendono per niente.

Sia che l’Istruttore sia in contrapposizione totale con l’allievo, sia che lo sia l’allievo il lavoro non procede (le due forze opposte non producono lavoro).

Terzo caso: L’Istruttore cerca di stare il più possibile dalla parte dei suoi allievi. Quanto più riesce a porsi in sintonia, tanto migliore sarà il risultato conseguito.

Se vogliamo maggiormente semplificare il concetto, l’Istruttore “ideale” deve essere in grado di sentirsi un pò “Peter Pan” ma, soprattutto, di interpretare “Mary Poppins”.

Un lancio, un salto, un'emozione.

PREMESSA

Il progetto si avvale della collaborazione della CNUPI (confederazione Nazionale Università Popolari Italiane), per tramite dell’Università Popolare Riviera di Ulisse (con sede in Formia), e dell’Associazione Nazionale Laureati in Scienze Motorie, oltre che della consulenza delle Associazioni Sportive Minisport.it, Minibasket.it, Minicalcio.it, Minivolley.it e Biddy Tennis.

Si distinguono due diversi momenti finalizzati, il primo alla formazione del personal e docente (ai sensi della DM 177/2000), il secondo alla formazione dei discenti che godranno, a ricaduta diretta, appunto, della formazione dei loro stessi docenti:

  • Pacchetto Formativo , rivolto ai docenti, costituito da 30 “unità di apprendimento” (10 teoriche e 20 pratiche), di 60 minuti, in orario extracurriculare, da svolgersi presso impianti sportivi. Il corso è indetto dal CNUPI, ai sensi della D.M. 177/2000, quindi, riconosciuto dal MIUR e le docenze sono a cura dell’Università Popolare Riviera di Ulisse che acquisirà le docenze di Laureati in Scienze Motorie.

  • Pacchetto Operativo , rivolto ai discenti, 10 moduli da 4 UUAA (ogni 4^ UA sarà momento di verifica delle precedenti 3) per un totale di 40 UUAA da 60 minuti ognuna, da svolgere in orario curriculare e/o extracurriculare da gennaio a maggio dell’a.s. in corso. Le lezioni vedranno proposte dai docenti della classe che potranno essere affiancati, in co-docenza, da esperti esterni (purché Laureati in Scienze Motorie o Diplomati ISEF). Tale partecipazione di esperti esterni sarà a carico delle stesse Istituzioni scolastiche, ma potrebbero essere coinvolti sponsor locali.

SPONSOR dell’iniziativa l’Università Popolare Riviera di Ulisse, che sovvenzionerà la formazione ai docenti, e l’Associazione Nazionale Laureati in Scienze Motorie che sovvenzionerà la realizzazione del CD multimediale dell’iniziativa in cui verranno raccolti ed elaborati i dati relativi alle verifiche sui discenti.

Introduzione

Ogni individuo apprende, principalmente, attraverso il movimento, il gioco (per i bambini è un vero e proprio lavoro e scuola di apprendimento attraverso il “vissuto corporeo”) ed il suono e quelli che per qualche motivo ne sono privati, pagano in termini di apprendimento ed acquisizione di qualità nella personalità.

A qualunque età, e qualunque sia il grado di “abilità” di un individuo, non si faciliterà alcun apprendimento senza che in Lui stesso non sia stata suscitata la seppur minima emozione.

L’uomo ha sempre tratto dalle emozioni le proprie motivazioni e, quindi, gli stimoli giusti per ricercarne altre.

Questo progetto scaturisce da oltre 25 anni di studi ed esperienze vissute, sperimentate e documentate “sul campo” con i bambini, senza esclusione dei diversamente abili, nell’ambito dell’attività motoria di base e dei giochi-sport con la palla, intende proporre una forma di insegnamento nell’ambito dell’area motoria, che ha troppo spesso cultori tanto appassionati quanto “sconosciuti “ ed in gran parte non all’altezza della situazione (anche se non per loro demerito!). L’idea, infatti, è di esortare ad operare nell’ambito del recupero del “vissuto corporeo” e dell’integrazione del diversamente abile utilizzando quelle “arti” che da sempre suscitano l’interesse e sono stimolo per l’uomo, coniugando il movimento al gioco, magari conditi con i suoni, in modo che filtrino una maggiore comunicazione ed una migliore espressione della propria personalità.

Questo mixage di gesti, suoni ed emozioni si è ritenuto appropriato definirlo, appunto:

EMOZIONE

Mai nulla è stato mosso dall’uomo se non allo scopo di emozionarsi o perché precedentemente emozionato. L’emozione è il fondamento di tutte le azioni umane e se sapientemente “suscitata” sarà la “chiave di volta” di una efficace docenza a beneficio dei discenti.

Motricità

L’educazione motoria contribuisce allo sviluppo di tutte le aree della personalità: oltre ai progressi sul piano fisico e sul piano cognitivo, essa contribuisce alla maturazione emotiva, alla socializzazione degli allievi ed ad un sano agonismo con gli altri.

Il corpo non deve essere considerato una parte dell’individuo da mortificare affinché lo spirito sia esaltato, esso è, invece, la condizione dell’essere al mondo, un valore pri­mario dell’esistenza, uno strumento raffinato che ha contribuito al progresso civile dell’umanità. Il cor­po è una struttura complessa, che pulsa e si muove: il movimento è condizione primaria per la sua funzionalità ed efficienza. Il movimento finalizzato educato non solo soddisfa le esigenze di mante­nimento e sviluppo fisico, ma alimenta e potenzia le altre aree della personalità.

Svolgere attività motoria chiara­mente finalizzata (nel movimento finalizzato rientra il gioco-sport e lo sport-destrutturato) significa utilizzare un linguaggio specifico, che, come gli altri linguaggi, consente di esprimere l’interiorità individuale, di realizzare i propri intenti comunicativi e di interagire con gli altri.

L’Attività Motoria è la possibilità gioiosa di misurare l’effi­cienza della propria corporeità, occasione per essere con l’altro, si­tuazione organizzata in cui il singo­lo realizza l’integrazione nel gruppo e apprezza il contributo degli altri per esprimere compiutamente le sue potenzialità.

Per queste ragioni fondamen­tali, e non solo, la scuola deve apprestarsi a rivalutare sostanzialmente l’educazione motoria. Ad esse si aggiungono alcune pressanti esigenze, proprie dei nostri giorni, come quella di salvaguardare, anche mediante l’educazione motoria, la salute del corpo dei giovanissimi, particolarmente per quelli meno fortu­nati, e per quelli che vivono in aree geografiche carenti di impianti e di attrezzature (anch’essi, se vogliamo, da considerare come “diversamente abili”).

Possiamo individuare, primariamente, le seguenti finalità generali dell’educazione motoria:

·   Sviluppare le qualità relative alle funzioni senso-percettive, che presiedono alla ricezione e all’elaborazione degli stimoli e delle informazioni;

·   Sviluppare coerenti comportamenti relazionali, mediante la verifica, vissuta in esperienze di gioco, dell’esigenza di regole e di rispetto delle regole stesse, svi­luppando anche la capacità di ini­ziativa e di “soluzione dei problemi”;

·   Consolidare ed affinare gli schemi motori di base, sia statici che dinamici, che regolano la posizione e il movimento del cor­po nello spazio;

·   Sviluppare le abilità relative alla comunicazione gestuale e mimica, alla drammatizzazione, al rapporto tra movimenti e musica per il miglioramento della sensibilità espressiva ed estetica.

Il  conseguimento di queste finalità concorre alla mi­gliore realizzazione dell’obiettivo specifico dell’educazione motoria: lo sviluppo delle strutture corporee, delle funzioni biologiche e psicologiche necessario per il perfezionamento della motricità dell’individuo.

Motricità e processi di apprendimento

L’educazione motoria, come si è detto in precedenza, svolge un ruolo fondamentale nell’ambito del processo educativo e ha una note­vole incidenza anche sull’apprendimento scolastico.

Gli apprendimenti scolastici hanno generalmente inizio fra i 5 e i 7 anni. In tale fase, il bambino realiz­za un passaggio qualitativo da un approccio al mondo di tipo globale e sintetico ad una capacità di diffe­renziazione e di analisi dei dati dell’esperienza.

La lettura

Un esempio di quanto affermato è costituito dal rapporto stretto inter­corrente fra la motricità e la lettura, apprendimento com­plesso che sottende una molteplici­tà di processi e funzioni e che presuppone una buona organizzazione spazio-tem­porale: l’alto e il basso, la de­stra e la sinistra; da sinistra a destra e dall’alto in basso.

La lettura non si svolge solo nello spazio, ma anche nel tempo: per poter leggere correttamente, infatti, il bambino deve saper accordare sequenze di stimoli visivi ordinati spazialmente secondo rapporti sta­biliti (alto-basso, destra-sinistra) con sequenze temporali di atti (oculo-motori, articolati, percetti­vi, visivi e acustici) ordinati secon­do rapporti stabiliti in base a un ‘prima’ e un ‘dopo’.

La costruzione dello spazio e del tempo si fonda anzitutto sul proprio corpo: la distinzione delle membra del proprio corpo serve come punto di partenza per tutte le altre distin­zioni di luogo e come modello per costruire il mondo nella sua totalità. L’interno e l’esterno, il davanti e il dietro, il sopra e il sotto acquistano un significato in rapporto alle singo­le parti del corpo umano. E soprattutto dal senso e dalla direzione del movimento del corpo e delle sue membra che nascono le relazioni spaziali e le forme temporali.

La scrittura

Anche la scrittura, come la lettura, è il risultato di un apprendimento complesso. Essa, infatti, richiede la capacità di analizzare e sintetizza­re il linguaggio sonoro, la memoriz­zazione dei segni grafici corrispon­denti alle singole lettere e la ri­strutturazione nello spazio delle successioni di elementi percepite nel tempo, di cui vanno rispettate le relazioni. La motricità implicata nell’atto grafico è complessa; quest’ultimo, infatti, richiede un’orga­nizzazione degli atti motori nello spazio, una loro determinata suc­cessione, un agile svolgimento dei movimenti, etc.

Le attitudini motorie sottese a un buon apprendimento della scrittura sono la capacità di controllo neuromuscolare, il coordi­namento oculo-manuale, la strutturazione spazio-temporale, l’indipendenza mano-braccio, l’indipendenza delle dita, il coordina­mento nella prensione e nella pres­sione le visioni e trascrizioni dalla sinistra verso la destra.

La prensione, la pressione e il ritmo, componenti essenziali dei mo­vimenti grafici, fanno parte dell’a­spetto dinamico della scrittura. Il bambino fa molta fatica a mantenere una pressione costante per ogni tratto. Il ritmo, è composto dai cambiamenti nella velocità del tracciato; nel corso dell’iscrizione di una lettera o di una parola, continuamente la pen­na rallenta, accelera, o fa una pau­sa quando esegue dei tracciati più o meno curvi. Come per la pressio­ne, questi cambiamenti di velocità corrispondono strettamente alle forme delle lettere e sono sotto la dipendenza del controllo cinestesico. Occorre una lunga pratica per­ché l’apprendimento di un buon rit­mo sbocchi nella formazione preci­sa delle lettere. Il miglioramento del ritmo, cioè la divisione dei movi­menti grafici in serie di unità che corrispondono alle forme delle let­tere, evolve parallelamente all’età e alla velocità della

scrittura.

La matematica

Secondo Dienes, per il quale la matematica ha rilevanza ai fini della «costruzione della personalità», esiste un rapporto strettissimo tra la motricità e la matematica, che Lui definisce psicomatematica (appunto, di Dienes) che si muove in linea con i risul­tati teorici conseguiti dagli studi genetici di Piaget: «il processo di formazione di un concetto richiede più tempo di quanto non si creda, e molto lavoro, apparentemente del tutto inutile alla formazione di un determinato concetto, deve essere compiuto prima [.....]. Il bambino gioca con i sassi e altri oggetti raggruppandoli secondo le diverse forme e misure, prima di sapere che egli sta in ef­fetti imparando a conoscere gli ele­menti che formeranno in seguito i concetti di numero e spazio». Le operazioni di pensiero, l’analisi e la sintesi, e il movimento che il pensiero compie dall’una all’altra si costruiscono sulla base di attività quali il riunire, il separare, etc. È notevole constatare come i termi­ni usati nell’apprendimento tradizionale del calcolo siano termini di movimento: prendo, metto, aggiungo, ritiro, legati a un’azione personale. Poiché ogni operazione implica il movimento, proprio mediante il movimento, cioè mediante un’attività reale che si esercita nel mondo degli oggetti, il bambino può comprendere le nozioni fondamentali per l’acquisizione del concetto di numero (cardinale e ordinale) e per la manipolazione dei numeri.

Tappe del processo di apprendimento in matematica:

  • Gioco libero

  • Gioco strutturato

  • Consapevolezza delle struttura del gioco

  • Rappresentazione (grafica, etc.) della struttura del gioco

  • Studio della rappresentazione

  • Elaborazione di assiomi e teoremi

Motricità come linguaggio non verbale

Proviamo, solo per un attimo, ad immaginare cosa significhi per noi essere ignorati.

La comunicazione è un bisogno principale, al pari del bisogno di nutrimento: abbiamo bisogno di essere riconosciuti dagli altri, d'avere continua conferma della nostra esistenza.

Il diversamente abile può, ed ha diritto di comunicare, semplicemente occorre calibrarsi con un linguaggio più alla sua “portata” -il linguaggio non verbale- opportunamente calibrato, costituisce uno strumento di notevole potenziale.

In genere distinguiamo tra linguaggio verbale (parlato) e non verbale (musicalità della voce mentre parliamo, espressioni del viso, sguardo, fisiologia, atteggiamenti o movimenti, postura…..).

Normalmente diamo molta importanza al linguaggio verbale fino a pensare, probabilmente, che comunicare significhi solo parlare.

A differenza del linguaggio verbale, quello non verbale, dal punto di vista ontogenetico, è di carattere universale, poiché appreso naturalmente da ognuno di noi fin dal concepimento attraverso l'esperienza intrauterina e dopo la nascita nel rapporto madre-bambino. L’essere umano, al suo apparire sulla terra, infatti, si è inserito nel mondo dei suoni: il pianto del neonato, il grido dell’uomo in lotta, l’urlo di furore, di gioia, di sorpresa.

Il linguaggio corporeo non è alternativo, ma complementare agli altri linguaggi. In combinazione, ad esempio, con il suono e la musica, può essere utilizzato per le rappresentazioni sceniche e le attività di drammatizzazione, oltre che di supporto per l’acquisizione di una importante qualità coordinativa che è il ritmo.

Come ogni altro linguag­gio, verbale e non verbale, la motricità adempie a due funzioni: l’espressione e la comunicazione.

La motricità è espressione poiché rivela un certo modo di essere del­la personalità, estrinseca bisogni, emozioni, sentimenti, pensieri. In quanto espressione, la motricità è attività gratuita, mera manifestazio­ne soggettiva, non orientata a sta­bilire rapporti con gli altri.

La funzione di comunicazione si evidenzia quando la motricità è espressione per altri, quando cioè si palesa l’intenzione del soggetto di trasmettere messaggi mediante specifici comportamenti motori.

La nostra relazione con gli altri “passa” soprattutto attraverso la comunicazione non verbale, per lo più inconscia e, perciò, involontaria: attraverso il tatto, la mimica facciale, l'espressione dei nostri occhi, l'intensità e la modulazione della voce, la gestualità, il nostro modo di porci.

In tal modo ogni individuo può usufruire di una vasta gamma di valide modalità per esternare quanto urge nel proprio intimo e per porsi in contatto con gli altri. Naturalmente, secondo le proprie attitudini, ognuno tende ad utilizzare con maggior frequenza e soddisfazione un particolare tipo di linguaggio (verbale, mimico-gestuale, grafico-pittorico-plastico e musicale), ricorrendo più di rado agli altri. È, quindi, importante favorire, dall'infanzia, una certa dimestichezza con tutti i mezzi espressivi e, soprattutto, non privilegiarne uno in modo assoluto, trascurando gli altri.

La scuola, ha esteso il suo interessamento anche ai meno fortunati, dei quali, in passato, se ne occupavano gruppi isolati di specialisti. Il problema dell’accettazione del disabile vede coinvolta quale prima palestra di prova la scuola, il primo luogo “sociale” in cui ogni bambino, normodotato e non, si trova a confrontare la propria individualità con quella degli altri. Dai risultati più o meno felici di tale confronto, scaturirà l’atteggiamento del ragazzo verso l’istituzione scolastica: il maggiore o minore equilibrio di tale rapporto, contribuirà alla formazione di una personalità più o meno equilibrata.

Motricità e diversità

La scuola tende ad as­sicurare l’esercizio del diritto all’e­ducazione per tutti i bambini, anche e soprattutto per coloro che sono diversamente abili.

Con l’aggettivo diversamente abile si designano in genere bambini con problemi, difficoltà, e/o carenze, che rendono inadeguato il loro adatta­mento alle normali attività fisiche ed intellettuali, oltre che sociali. L’origine del deficit può essere di natura biologica o psicologica (vero handicap) o anche so­ciale (disadattamento): l’unificazione dei vari tipi di deficit all’interno di un’u­nica categoria linguistica come quella di diversamente abile comporta molte confusioni ed equivoci e pro­duce l’idea errata di avere a che fare con problemi omogenei.

Va quindi evitato ogni atteggia­mento di tipo riduttivistico e biso­gna, invece, tener conto del crite­rio di normalità a cui richiamarsi e con cui valutare le difficoltà di un bambino, e considerare se le diffi­coltà siano riferibili a norme di fun­zionamento, di prestazione e di condotta.

Una deviazione da norme di funzio­namento implica un deficit fisico o sensoriale: è questo, ad esempio, il caso di soggetti paraplegici, non vedenti, spastici, down o autistici. In molti altri casi, la disabilità non è riferibile a deficit biologici, ma a particolari condizioni sociali che sottolineano l’incapacità di prestazione o di comportamento del soggetto, dovu­ta a fattori ambientali e psicologici, quali, ad esempio, una diversa socializ­zazione cognitiva, affettiva e comportamentale.

Una deviazione dalle norme di comportamento concerne il vivere quotidiano, il modo di rapportarsi agli altri, la competenza sul siste­ma simbolico (regole linguistiche, posturali, di relazione, etc.): in altri termini, il sistema che regola l’inte­razione tra le persone e i loro con­testi.

L’educazione motoria costituisce la forma educativa da privilegiare per realizzare l’integrazione scolastica degli allievi portatori di handicap.

L’attività motoria è quella che, pur eseguita a livelli diversi di compe­tenza, consente il massimo di socializzazione tra gli allievi, soprat­tutto in un ambiente in cui l’insegnante abbia saputo educare all’accettazione completa del diver­so e all’aiuto reciproco. E l’attività educativa che meno esclude e più accomuna, specialmente nella gio­ia del gioco collettivo, al quale l’al­lievo portatore di handicap è in gra­do di partecipare anche con le limi­tazioni di ruolo che spesso sono imposte dalle sue condizioni psico­fisiche.

Sviluppare le capacità motorie si­gnifica migliorare le conquiste spazio-temporali, rendere più funzio­nali le relazioni con la realtà ester­na, far sì che il movimento diventi un’efficace -nei casi gravissimi la sola possibile- modalità di espres­sione, di esplorazione e di utilizza­zione dell’ambiente. Come abbiamo visto, sono strettissime le connes­sioni tra lo sviluppo dell’intelligen­za, dell’affettività e della motricità; in particolare risulta costante il rapporto tra insufficienza intelletti­va e insufficienza psicomotoria.

Gli obiettivi dell’educazione moto­ria dei bambini portatori di handi­cap non differiscono per l’aspetto qualitativo da quelli dell’educazio­ne motoria dei bambini in genere. Essi sono riconducibili alla promo­zione delle capacità di discrimina­zione percettiva, all’evoluzione de­gli schemi motori e posturali e allo sviluppo delle diverse capacità coordinative.

Un programma di attività commisu­rato alla condizione organica e psi­cologica dell’allievo portatore di handicap esige una più lenta e mi­nuziosa scansione degli interventi educativi. L’attività su misura, tut­tavia, non può essere confusa con quella riabilitativa, anche se ad essa deve essere coordinata.

Certe situazioni caratterizzate da rilevanti imperfezioni morfologico-funzionali non possono essere af­frontate e risolte dall’insegnante. Talvolta, soltanto il medico, con competenza professionale specia­listica, si trova nella condizione di programmare un’attività motoria di recupero, di riabilitazione e di svi­luppo per particolari aspetti riguar­danti le strutture e le funzioni orga­niche. Nei casi in cui l’handicap non è molto grave, l’insegnante può svolgere positivamente alcune im­portanti funzioni:

  • accettare e far accettare senza riserve i bambini diversamente abili, valorizzandone la presenza;

  • suscitare interessi mediante sti­molazioni appropriate;

  • graduare le difficoltà in base alle possibilità degli allievi;

  • rimuovere ostacoli e occasioni sfavorevoli;

  • evitare atteggiamenti iperprotet­tivi o, al contrario, troppo direttivi, rasserenando il clima psicologico;

  • mediare realmente i rapporti in situazioni di difficoltà o di conflitto;

  • favorire il convincimento perso­nale, il raggiungimento dell’auto­nomia, della sicurezza e dell’auto­stima.

Musica e movimento

Anche il suono è una parte essenziale dell’uomo; esistono alcune attitudini musicali innate quali la discriminazione dell’altezza, dell’intensità, del timbro, del ritmo e della memoria tonale; inoltre, poiché corpo e musica sono linguaggi extraverbali, si può favorire l’espressività in soggetti in difficoltà a livello comunicativo.

Movimento e suono sono elementi essenziali dell’uomo: “l’uomo -secondo Wallon- si realizza attraverso il movimento che, a sua volta, è l’espressione dei rapporti che l’individuo stabilisce con l’ambiente”.

Notevole, infatti, è la valenza pedagogica e psicologica nell’utilizzo della musica e del movimento, specie per soggetti con ritardo mentale, sia per impedire la regressione delle qualità già sviluppate, sia per consentire lo sviluppo possibile delle aree di carenza, mirando all’inserimento sociale.

L’elemento sonoro che trova miglior applicazione nell’ambito delle attività motorie è il ritmo, considerato come aspetto essenziale dell'apprendimento umano.

La musica, come linguaggio universale, imprime nell’animo e nella psiche dell’uomo conoscenza e associazioni che favoriscono la comprensione dei dati culturali e la consapevolezza del sé:

  • musica intesa come espressione delle emozioni;

  • che ristabilisce i ritmi fondamentali dell’organismo e la loro sincronia;

  • che contribuisce a migliorare l’atmosfera degli ambienti;

  • come intermediario nella presa di contatto con la realtà.

L’attività motoria, sia come intervento educativo-didattico, che come prevenzione e come pratica educativa e rieducativa, in abbinamento con la musica, si pone l’obiettivo di stimolare, tramite suono e movimento, alcuni processi mentali implicati nell’apprendimento quale l’attenzione, il riconoscimento, la memoria, la capacità di ricevere, organizzare e relazionare le informazioni provenienti dall’esterno, oltre che suscitare nel soggetto immagini mentali, consentendogli una libera espressione delle emozioni, favorendo la socializzazione e l’integrazione e valorizzando la propria fantasia e creatività.

Il gioco

Non possiamo affrontare il tema dell’apprendimento, qualsivoglia esso sia, senza parlare di gioco, attività ancorata alla vita istintiva del bambino ma che è uno straordinario mezzo per apprendere per tutti.

Da un lato, il gioco è eserci­zio preparatorio alla vita adulta, co­stante verifica e puntualizzazione dell’esperienza acquisita, con cui il bambino tende a realizzare un equilibrio con l’ambiente; dall’altro, esso adempie a una funzione di simulazione, attraverso l’immagina­zione che opera liberamente sulla realtà, utilizzandola e trasformandola a seconda dei bisogni e dei desideri.

Non a caso, nell'articolo 31 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, approvata dall'Assemblea delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, si riconosce ai bambini e alle bambine “il diritto al riposo e allo svago, a dedicarsi al gioco e alle attività ricreative proprie della loro età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica”.

Tutto ciò sembra essere molto chiaro, ma spesso non si riconosce il diritto al gioco del bambino, nonostante da più di un secolo, siano numerosissime le raccomandazioni di psicologi e pedagogisti in proposito, eppure, il gioco spesso è ancora considerato un “optional” nella nostra esistenza, ignorando che “i bambini quando giocano, giocano seriamente”.

Il gioco è una cosa seria!

Il gioco del bambino è caratte­rizzato da un impegno motorio che appare talvolta limitato, ma che spesso è così vistoso da far ritene­re che il movimento costituisca l’aspetto di maggior rilievo dell’attività ludica. In realtà, il bambino è impe­gnato in essa con tutta la sua per­sonalità.

Prendiamo in esame alcuni tipi di attività ludica che si caratte­rizzano per un notevole impegno motorio e che la scuola dovrebbe utilizzare per promuovere la motricità in partico­lare oltre che la personalità in generale. La distinzione è soltanto conven­zionale, dal momento che i vari tipi di gioco sopra indicati presentano ampie caratteristiche comuni:

  • i giochi in libertà: sono frutto della motricità spontanea dei bambini, particolarmente nel primo ciclo della scuola elementare, hanno il carattere dell’immediatezza, compor­tano sia rapporti sociali variati e occasionali, sia movimenti ampi e vi­vaci che non obbediscono a schemi organizzativi prefissati. L’insegnante (“Istruttore”) che osserva in modo attento e sistematico, la motricità spontanea è rivelatrice di importanti tratti della personalità degli allievi.

  • i giochi simbolici: mantengono un alto grado di spontaneità, ma si caratterizzano per un’organizzazione e un’esecuzione dettate dalla ten­denza a trasfigurare la realtà. Sono soprattutto manifestazioni della capacità immaginativa dei bambini, stimolati anche dalla pre­senza e dalla disponibilità di oggetti o di piccoli attrezzi, utilizzati non se­condo la loro specifica funzione, ma in rapporto ai significati che si inten­de loro conferire. L’esercizio di immaginazione nel dare significato al movimento può essere stimolato anche dalla pro­posta di interpretare brevi fiabe e racconti.

  • i giochi imitativi: sono anch’essi pre­valentemente utilizzati nelle classi di scuola dell’infanzia e nelle prime classi della scuola elementare. Determinano un adattamento del bambino alla real­tà e, quindi, una crescita delle sue capacità di comprendere il mondo circostante. Sono idonei a realizzare l’ap­prendimento di condotte motorie attraverso la ripetizione di atteg­giamenti e di gesti di determinate persone, di movimenti caratteristici di particolari attività lavorative, di schemi motori di animali, etc. Se è vero che l’imitazione si attua in funzione di adattamento, è anche vero che il bambino, nel gioco mo­tono, tende a uscire dalla pura imi­tazione ed a operare sul piano dell’invenzione. Mentre realizza un certo adattamento, egli elabora in modo personale quanto apprende e diventa capace di prestazioni che attuano in modo originale partico­lari condotte motorie.

  • i giochi con regole: sono giochi or­ganizzati, indicati, prevalentemente ma non esclusivamente, a partire dal se­condo ciclo della scuola elementare. L’esperienza ripetuta consente l’interiorizzazione delle regole e di­sciplina i comportamenti dei singoli e del gruppo. Spesso gli allievi san­no ideare varianti al gioco ed accor­darsi sul cambiamento di alcune regole per assicurare maggiore funzionalità al gioco stesso. I giochi di squadra, soprattutto, rea­lizzano le condizioni perché il singolo bambino possa interagire con gli al­tri, apprezzare la loro presenza ed i loro contributi, sviluppare le capacità di collaborazione. Durante l’esecuzione ditali giochi si determinano le dinamiche psico­logiche proprie di ogni gruppo e quelle che nascono dal confronto di gruppi diversi. In ciascun gruppo è possibile individuare la presenza di leader, il rapporto privilegiato tra alcune componenti, il tentativo di emarginarne altre. L’intervento dell’insegnante deve correggere le di­namiche negative, rendere intercambiabili i ruoli in ciascun gruppo e mutarne periodicamente la composizione.

  • i giochi-sport ed i giochi di simulazione dello sport (sport destrutturato): sono attività individuali o collettive, orga­nizzate secondo regole definite, che costituiscono una iniziazione ai rituali dello sport adulto, con gli ovvi limiti imposti dalla partecipa­zione di bambini (minibasket, minicalcio, minivolley, minihandball, etc.). La destrutturazione degli sport (Biddy Tennis, 3YO3 Full Court, calcio-tennis, go-back, racchettoni, etc.) consente di adattare le regole alle qualità motorie dei bambini e rendere più semplice l’approccio all’attività, eliminando tutti gli impedimenti di tipo psicologico ed, eventualmente di destrezza (comunque, migliorabile). Nei giochi-sport si deve evitare la specializzazione precoce e l’antagonismo, per evitare il rischio di risultati negativi, la limitazione delle possibili e­sperienze motorie, la mancanza di uno sviluppo ge­nerale armonico, la demotivazione e l’insicurezza personale che, in seguito, avranno come conseguenza il disinnamoramento per qualsivoglia attività motoria (in definitiva, sindrome dell’abbandono precoce all’attività sportiva). Certamente la palla, per la sua poliedricità di utilizzo e la sua principale peculiarità di poter essere, con la pratica, controllata, sarà l’oggetto ideale ed affascinante, un vero e proprio “desiderio” da dominare. Tra l’altro, la palla consente di lavorare con tantissime persone contemporaneamente, individualizzando il lavoro, semplicemente dosando e diversificando il grado di difficoltà nell’esecuzione del gesto motorio, per livelli di alfabetizzazione motoria.

Biddy Tennis

La gestualità del Tennis in generale, dello Speed Tennis e del Mini Tennis, si rifà alle principali qualità motorie di base.

Lanciare un oggetto è, infatti, uno schema motorio naturale, come innato è correre incontro ad una palla nel tentativo di recuperarla.

Il Biddy Tennis è una destrutturazione del Tennis perché sia fruibile anche a chi non lo ha mai praticato.

Tutto è facilitato dall’utilizzo, in sostituzione della tradizionale “pallina da tennis”, di una palla di spugna da 14 cm di diametro (utilizzata solitamente per la ginnastica ritmica), che risulterà più facilmente controllabile e più idonea alle reazioni degli inesperti, mettendoli, così, in condizione di esprimere tutte le proprie potenzialità, riducendo gap tecnici con l’avversario notevolissimi.

Su questa base motoria giocata in velocità, ciascuno può esprimere le proprie intuizioni tattiche, arricchendole di soluzioni motorie personali e libere.

Un gioco di situazione, un continuo adattamento all’avversario, in singolo o in doppio, mediato dalla rete, senza grosse difficoltà tecniche.

EDUBAL

Più che un “set di 94 palle” è un vero e proprio laboratorio! Consta di palloni misura nr. 3 (micro basketballs and volleyballs) in 4 colori (verde, giallo, blu e rosso) e ogni pallone ha stampata su una lettera dell’alfabeto (come: A B C D...), segni di punteggiatura (come: , . : ? !), numeri (come: 1,2,3,4,...), segni matematici (come: +, -, =) e segni internet (come: @). L’idea é di far giocare bambini piccoli o comunque in età di apprendimento scolare e nel contempo insegnare loro il leggere, lo scrivere ed il far di conto, magari, anche la geografia e la storia. Così, durante la lezione, giocheranno il minibasket, il minivolley ed altri minigiochi e contemporaneamente apprenderanno lettere, numeri, segni, a leggere, scrivere, far di conto, storia, geografia, scienze, etc. Questa didattica innovativa è un enorme aiuto per l’insegnante ed una azione efficacissima per il bambino che non apprenderà per ore seduto in un banco o leggendo e scrivendo su un libro o un quaderno: finalmente sarà stop alla noia ed una esagerata spinta motivazionale dettata dal gioco in palestra, all’aria aperta o ovunque si voglia e che proprio grazie ad una sentita e coinvolgente partecipazione attiva consente una acquisizione duratura degli input con risposte coscienti ed assimilate.

Quest’attività è un importante contributo all’evoluzione del cervello, proprio perché gli apprendimenti scaturiranno dal gioco e, proprio quando il bambino gioca, apprende allo stesso tempo….qualsiasi cosa….utilizzando entrambi gli emisferi del cervello!

L’Istruttore di Attività Motoria

La scuola salernitana sosteneva che:

“Maestro non è colui che riempie un sacco vuoto,

bensì colui che suscita curiosità ed emozioni nell’allievo”.

Figuriamoci se poi, una volta riempito, il sacco bisogna sforzarsi a chiuderlo per evitare che sfuggano gli input.

Definirsi “Istruttore” non svaluta la figura di insegnante di educazione fisica, anzi, dona un tocco di “distinzione” al ruolo di chi è in grado di conoscere e dosare un “carico fisico” (influente prevalentemente sul sistema nervoso) , piuttosto che occuparsi di un “carico fisico” (stressante per gli apparati vitali) da lasciare (sempre con le dovute riserve) ad appannaggio della miriade di “allenatori”, di “pseudo-istruttori”, di “patentati CONI” o “simili” che in Italia, per le brutture normative assolutamente non garanti la “salute psicofisica” del cittadino, abbondano.

Gli studi condotti sull’attività motoria indicano tutti la necessità di una metodologia da proporre per un’attività motoria di base in cui l’istruttore-educatore è il cardine e deve possedere, oltre che la conoscenza scientifica, qualità vocazionali molto particolari.

Nell’approccio all’attività motoria ci si trova nelle condizioni comuni a qualsiasi altro insegnamento.

Si tratta, infatti, di proporre un linguaggio, un modo di esprimersi secondo regole e modalità da apprendere o da migliorare secondo i canoni sperimentali di qualsiasi ricerca.

Per quanto si tratti di cose che possono essere proposte come situazioni completamente nuove, dobbiamo ricordarci che comunque anche queste novità vanno a fare parte di un modello che preesiste all’attività proposta, che è costato energia e che pertanto va rispettato (può essere migliorato, non travolto o stravolto).

In altre parole, bisogna assolutamente tenere presente che non siamo di fronte ad una tabula rasa, uno strato di cera sulla quale lasciare segni che sono già nella testa dell’Istruttore.

L’Istruttore oltre a comunicare le regole del gioco, le più elementari, deve mettere il suo bagaglio di conoscenze a disposizione dell’allievo, ma ancor più del suo allievo deve mettere al servizio della ricerca il suo senso della “possibilità” e della “relatività”.

Un Istruttore con idee rigide renderà rigido il comportamento e, quindi, l’apprendimento del suo allievo.

Non occorre ricordare che il campione (o il genio) è sempre quello che fa qualcosa di non previsto o addirittura di eretico nei confronti del metodo, ma vale la pena tenere in mente che ognuno di noi si diverte, è felice , e rende di più se è libero di partecipare attivamente alla ricerca del suo modo di esprimersi.

Che cosa deve proporsi l’istruzione dell’attività motoria:

  1. Migliore capacità di espressione individuale (utilizzo al meglio delle risorse individuali attraverso la conoscenza e fiducia di esse). Il ruolo di colui che sa leggere e proporre ricerche sempre in sintonia e continuità con le capacità di espressione motoria: come sappiamo dalla “fisica”, e come vedremo poi in dettaglio, la forza che si applica nella direzione di in altra forza ottiene un risultato migliore: si lavora insieme, non contrapponendosi o imponendosi.

  2. L’Istruttore lavora alla consapevolezza dei mezzi espressivi del suo allievo, cura soprattutto l’obiettivo che l’allievo resti centrale nella propria attenzione e non disperda energia applicando la forza in modo inadeguato o contrappositivo. I mezzi espressivi propri dell’allievo, le sue risorse, sono sempre disponibili secondo meccanismi nervosi e psichici molto efficaci e semplici (stiamo parlando dei meccanismi di percezione azione ben collaudati e non disturbati o contrastati).

  3. La fase di lavoro dell’allievo con l’Istruttore (a qualsiasi livello) serve ad amplificare i meccanismi della collaborazione con se stesso. La collaborazione con se stesso, lungi da essere utilizzabile solo nel campo dell’attività motoria, diventa una forte motivazione del lavoro e a continuare il lavoro, al di là del risultato tecnico il cui conseguimento può avere tempi lunghi.

Collocazione dell’Istruttore:

Affrontiamo questo tema per ultimo, perché dovrebbe essere scontato:

L’Istruttore è sempre dalla parte dell’allievo.

Ma osserviamo questi tre esempi che partono tutti dal medesimo ed unico punto di contato: la situazione che li “costringe” (specie i secondi ai quali l’Istruttore è, praticamente, imposto) a collaborare.

Primo caso: L’Istruttore si contrappone ai suoi allievi. La risultante dei vettori del loro comportamento è molto ridotta.

É davvero difficile immaginare un “buon istruttore” od un “educatore”, che non manifesti un pizzico di “sindrome di Peter Pan”, se non altro, per consentirgli di meglio immedesimarsi nella “mentalità” degli allievi (che vogliono sempre “giocare”. Ma il gap sostanziale, però, lo crea la qualità di saper essere quanto più possibile “Mary Poppins” che, secondo il suo speciale centimetro, è “praticamente perfetta”; nel celeberrimo film di Disney in cui la protagonista “Mary Poppins” esprime e sintetizza le qualità cui aspira chiunque abbia a che fare con i bambini, le principali virtù di un buon educatore in genere sono state metaforizzate proprio dai miniprotagonisti del film che tracciano una precisa caratterizzazione della loro figura adulta preferita:

 

 “Lettera di Mary e Micael Banks “

Che sia buona, sia paziente, sempre allegra e divertente.

Non dovrà gridare, ma solo giocare,

dovrà badare a noi bambini, sapendo che sono vivaci ma carini.

Molti regali dovrà fare e poi, dovrà cantar con loro.

Le poesie non ci farà studiar,

 (forse un riferimento alle ripetizioni tecniche, e patetiche, dei gesti atletici?)

solo compiti leggeri, niente purghe né clisteri.

 (magari desiderio di poter sviluppare la fantasia motoria e la creatività!)

Se tela senti di obbedire a queste nostre richieste,

noi bimbi non te ne faremo mai pentire.

Ti promettiamo che nel letto ranocchie mai Ti metteremo,

né sale nel The, né pepe nel caffè.

Se l’offerta Ti va: bene! Vieni! Ma fa in fretta!

[Tratto dal film di Walt Disney: “Mary Poppins”]

CONCLUSIONI

Il termine , quindi, sta a significare quanto importante sia il suscitare emozioni nell’allievo perché riconosca appieno il suo apprendimento, attraverso il movimento, il gioco, i suoni, il linguaggio meta, oltre che a percepirne il “recupero”, senza stress da prestazione, senza l’incubo del fallimento.

Perché questa abbia riscontro, non si potrà prescindere dalla competenza dell’Istruttore(insegnante) e dalla sua disponibilità ad osservare ed interpretare le reazioni del discente, qualunque sia il suo eventuale disturbo.

In tutti i casi, anche in quelli di grave ritardo mentale, mai bisognerà far ricorso all’ammaestramento così come al condizionamento, perché solo ed esclusivamente “Il bambino è l’artefice del proprio recupero”.

Drupè, che per primo ha introdotto il termine “insufficienza mentale” ha dimostrato il suo parallelismo e la sua associazione con l’insufficienza motoria; ha enunciato la “legge della motricità” che domina tutta la neuropsichiatria infantile: “Certi disturbi mentali ed i disturbi motori corrispondenti sono fra loro in rapporto così stretto e presentano tali somiglianze da costituire delle vere coppie psicomotorie”.

Vi è uno stretto parallelismo fra lo sviluppo delle funzioni motorie del movimento, dell’azione, e lo sviluppo delle funzioni psichiche.

Queste correlazioni esistono allo stato normale, vi è una motricità fisiologica, ma le correlazioni che si osservano nell’evoluzioni del bambino normale sono in ugual misura “costanti nei disturbi psichici, anche quando la sintomatologia apparente è motoria, intellettuale o affettiva”.

La motricità ha una funzione di primo piano nei problemi del carattere e nel comportamento sociale del bambino.

Il diversamente abile, ha nel gioco, nel movimento e nella musica, la sua massima possibilità di espressione e di “sicurizzazione” personale e per poter addivenire ad un “vissuto corporeo” quanto più vario possibile e, di conseguenza, ad un apprendimento polivalente, e, se per qualsivoglia motivo ne verrà privato, pagherà in termini di apprendimento, di acquisizione di qualità nella personalità, di mancate emozioni e, quindi, di motivazioni.

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